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Esposizione personale
GALLERIA D’ARTE
MODERNA E CONTEMPORANEA Inaugurazione: mercoledì 1 ottobre ore 18.00
1 - 23 ottobre 2003
"Veicoli di senso"
Il che può essere
alternativamente un bene o un male, perché grazie (o a causa)
dell’enorme numero di proposte e dell’incertezza, siamo nuovamente
chiamati come osservatori, a dire la nostra, a scegliere cosa per noi
abbia senso in questo enorme proliferare di immagini e di parole, di
riviste e mostre, dove tutto sarebbe straordinario ed epocale. Nelle
epoche di incertezza siamo chiamati a scegliere, a preferire, a giudicare
e quindi, ad osservare e comprendere. Questa condizione, in arte, non può
che essere un gran bene, se impariamo a viverla senza farci schiavizzare
dall’immaginario che trend, mercati, riviste, mostre e gallerismi “a
la pàge” ci confezionano per le proprie ragioni imprenditoriali.
Credo sia necessario questo
“incipit” per introdurre le nostre riflessioni sui lavori di Marcolla,
innanzitutto per puntualizzare il rapporto di distanza che essi hanno con
gli stereotipi mercantili predicati da molta presunta ricerca artistica
contemporanea e per far comprendere quanto invece essi siano intimamente
“contemporanei”, nella direzione delle più autentiche “ricerche di
senso” di questo tempo.
Sono opere fuori da tutti i
romanticismi interpretativi, dagli espressionismi d’effetto, che
catturano lo sguardo e spingono ad indugiare dentro i particolari a causa
della loro “esagerata” realtà. Si resta certamente impressionati
dalla precisione, dalla cura, dall’attenzione del segno, del tratto ma
tutta questa tecnica grafica appare finalizzata a ben altre intenzioni che
appartengono alla sfera della memoria, alla sfera del “tempo”
interiore.
Memoria e tempo interiore sono
contemporaneamente, presente, accaduto e possibilità di accadimento e
questa coincidenza delle dimensioni spaziotemporali può darsi solo
nell’anima e nell’interiorità, nella coscienza dell’uomo. Allora se
Marcolla sembra impiegare un tempo e un attenzione esageratamente esatta
su oggetti apparentemente desueti o banali, in realtà sta cercando di
riprodurre non tanto un oggetto ma di ricrearne un nuovo tipo (che sia
immagine di quello reale, ma) trasfigurato dal filtro della propria
esperienza. Limitarsi a fotografare sarebbe banale, ma è il ripercorrere
intimamente le ombre, le pieghe, le consunzioni, le luci, le muffe, che
consente quell’operazione di “appropriazione” e assimilazione
dell’oggetto al proprio universo interiore, alla propria anima e al
proprio universo di senso. È il tempo esageratamente lento di una
esecuzione permette all’artista di trasferire la propria dimensione
interiore in ciò che rappresenta … ma è anche vero che solo un tempo
lungo di osservazione permette all’osservatore la partecipazione e il
superamento dell’approccio meramente visuale ed artificiale della
tecnica. L’emotività e l’istintualità pur appartenendoci, sono
momentanee e velocemente trascorrenti e ci caratterizzano, certo, ma
essendo legate al tempo transitorio, non ci permettono di afferrare la
permanenza, la memoria, ciò che nel tempo resta di noi e del nostro
universo di relazione.
La metafora si fa sempre più
intrigante: allora forse tutti quegli oggetti che ci transitano davanti,
che gestiamo casualmente, che manipoliamo, gettiamo, mangiamo, usiamo,
(bicchieri, scarponi, spazzole, verze, camicie ecc.) forse non sono
“cose” ma “veicoli di senso”, ovvero elementi che permettono
l’innesco della dimensione d’anima, l’ingresso in una percezione del
reale non casuale, ma animata dalla possibilità di capire, di ricordare,
di immaginare. Non è semplicemente la “réverie” proustiana,
malinconica e patetica, nemmeno espressionismo vangoghiano (ricordate il
paio di zoccoli?) non è la serialità della pop art che nullifica
amaramente il senso delle cose, non è nemmeno l’immanentismo monolitico
del recentissimo “post-human”.
Questi lavori di Marcolla
appartengono alla categoria più attuale del dipingere e del fare arte: un
arte che riceve la sua identità dalla ricerca etica dell’artista,
un’arte che nasce da ciò che la persona è e non da quello che dichiara
di voler essere o vorrebbe essere. È un approccio al fare artistico che
non fa risiedere tanto nel “ciò che si fa”, la novità della propria
proposta, ma piuttosto nel “ciò che si è”, pertanto il valore
dell’opera non è tanto nella novità vera o supposta dei suoi elementi
visivi, ma nella capacità di comunicare l’autenticità di ciò che è.
Questa dimensione etica del fare arte non ha definite categorie formali,
non ha schemi, non è video, non è pittura, non è scultura, non è
installazione: è piuttosto frutto autentico del vivere e del percepire,
dell’interpretare e dell’essere.
Per questo intende anche liberare
l’osservatore dalle categorie entro cui si finisce per chiudere
l’arte, suggerendogli (grazie all’indeterminatezza del proprio statuto
semantico, in quanto sono lavori anti retorici, che non dichiarano, non
sostengono, non affermano, non concettualizzano, non teorizzano, non
esaltano e non distruggono, ma si danno a chi osserva con la stessa
casualità di chi le ha osservate) di mettere in moto il proprio universo
di senso per leggerle. Hanno della contemporaneità, il gusto indubbio del
“reale” e il desiderio di ricostruire il senso di esso, leggendolo
attraverso lo straniamento temporale e il significato che esso gli
permette di accumulare, e che è in grado di ritrasmettere.
Mi piace vedere queste immagini
come appunto, “accumulatori” di senso, in grado di tirar fuori
dall’osservatore la memoria e la possibilità interpretativa, secondo il
proprio specifico e individuale universo. Sono appartenuti all’universo
di senso del loro autore, ma sanno appartenere anche al nostro, così,
isolati nella loro monumentale chiarezza. Hanno generato l’interesse di
chi le ha dipinte, muovono l’interesse di chi le guarda, così, per
statuto proprio, dandosi con la stessa semplice modestia della loro
naturale funzione esistenziale.
Mi piace questa discrezione di un
arte che è, più che darsi o dichiarare di essere: rispetta chi guarda,
lo coinvolge e lo cattura con la tecnica, lo eleva con il senso, non
facendo percepire il passaggio tra il dato formale e quello significativo.
Diciamo dunque che questa via di ricerca può essere estremamente
interessante in possibili sviluppi a condizione che sappia restare
profondamente etica ed autentica nell’anima dell’artista. Per il
momento ci sia di piacere sottile, lasciare che il gioco dell’immaginare
rinasca liberamente in noi.
Antonio Zimarino Le opere esposte alla mostra, si trovano sul sito nella sezione "grafica" |