Poesie   Mostre

 

Esposizione personale

GALLERIA D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
"M. Fogolino” - Stamperia d'Arte - 38100 TRENTO
Via S. Trinità, 30 - Tel./Fax 0461/234482
www.galleriafogolino.it

Inaugurazione: mercoledì 1 ottobre ore 18.00

1 - 23 ottobre 2003
Orario: 10-12 / 16-19
chiuso domenica e lunedì mattina

"Veicoli di senso"
Se è vero che in un’epoca come la nostra sia assurdo parlare di categorie e principi secondo cui “arte” sia questo o quest’altro, che sia pittura o scultura, video o installazione, è pur vero che per chi ama l’arte e la frequenta, non è facile orientarsi entro la fenomenologia del contemporaneo a causa delle tante proposte e delle tante variabili che il presente offre.

Il che può essere alternativamente un bene o un male, perché grazie (o a causa) dell’enorme numero di proposte e dell’incertezza, siamo nuovamente chiamati come osservatori, a dire la nostra, a scegliere cosa per noi abbia senso in questo enorme proliferare di immagini e di parole, di riviste e mostre, dove tutto sarebbe straordinario ed epocale. Nelle epoche di incertezza siamo chiamati a scegliere, a preferire, a giudicare e quindi, ad osservare e comprendere. Questa condizione, in arte, non può che essere un gran bene, se impariamo a viverla senza farci schiavizzare dall’immaginario che trend, mercati, riviste, mostre e gallerismi “a la pàge” ci confezionano per le proprie ragioni imprenditoriali.

Credo sia necessario questo “incipit” per introdurre le nostre riflessioni sui lavori di Marcolla, innanzitutto per puntualizzare il rapporto di distanza che essi hanno con gli stereotipi mercantili predicati da molta presunta ricerca artistica contemporanea e per far comprendere quanto invece essi siano intimamente “contemporanei”, nella direzione delle più autentiche “ricerche di senso” di questo tempo.

Sono opere fuori da tutti i romanticismi interpretativi, dagli espressionismi d’effetto, che catturano lo sguardo e spingono ad indugiare dentro i particolari a causa della loro “esagerata” realtà. Si resta certamente impressionati dalla precisione, dalla cura, dall’attenzione del segno, del tratto ma tutta questa tecnica grafica appare finalizzata a ben altre intenzioni che appartengono alla sfera della memoria, alla sfera del “tempo” interiore.

Memoria e tempo interiore sono contemporaneamente, presente, accaduto e possibilità di accadimento e questa coincidenza delle dimensioni spaziotemporali può darsi solo nell’anima e nell’interiorità, nella coscienza dell’uomo. Allora se Marcolla sembra impiegare un tempo e un attenzione esageratamente esatta su oggetti apparentemente desueti o banali, in realtà sta cercando di riprodurre non tanto un oggetto ma di ricrearne un nuovo tipo (che sia immagine di quello reale, ma) trasfigurato dal filtro della propria esperienza. Limitarsi a fotografare sarebbe banale, ma è il ripercorrere intimamente le ombre, le pieghe, le consunzioni, le luci, le muffe, che consente quell’operazione di “appropriazione” e assimilazione dell’oggetto al proprio universo interiore, alla propria anima e al proprio universo di senso. È il tempo esageratamente lento di una esecuzione permette all’artista di trasferire la propria dimensione interiore in ciò che rappresenta … ma è anche vero che solo un tempo lungo di osservazione permette all’osservatore la partecipazione e il superamento dell’approccio meramente visuale ed artificiale della tecnica. L’emotività e l’istintualità pur appartenendoci, sono momentanee e velocemente trascorrenti e ci caratterizzano, certo, ma essendo legate al tempo transitorio, non ci permettono di afferrare la permanenza, la memoria, ciò che nel tempo resta di noi e del nostro universo di relazione.

La metafora si fa sempre più intrigante: allora forse tutti quegli oggetti che ci transitano davanti, che gestiamo casualmente, che manipoliamo, gettiamo, mangiamo, usiamo, (bicchieri, scarponi, spazzole, verze, camicie ecc.) forse non sono “cose” ma “veicoli di senso”, ovvero elementi che permettono l’innesco della dimensione d’anima, l’ingresso in una percezione del reale non casuale, ma animata dalla possibilità di capire, di ricordare, di immaginare. Non è semplicemente la “réverie” proustiana, malinconica e patetica, nemmeno espressionismo vangoghiano (ricordate il paio di zoccoli?) non è la serialità della pop art che nullifica amaramente il senso delle cose, non è nemmeno l’immanentismo monolitico del recentissimo “post-human”.

Questi lavori di Marcolla appartengono alla categoria più attuale del dipingere e del fare arte: un arte che riceve la sua identità dalla ricerca etica dell’artista, un’arte che nasce da ciò che la persona è e non da quello che dichiara di voler essere o vorrebbe essere. È un approccio al fare artistico che non fa risiedere tanto nel “ciò che si fa”, la novità della propria proposta, ma piuttosto nel “ciò che si è”, pertanto il valore dell’opera non è tanto nella novità vera o supposta dei suoi elementi visivi, ma nella capacità di comunicare l’autenticità di ciò che è. Questa dimensione etica del fare arte non ha definite categorie formali, non ha schemi, non è video, non è pittura, non è scultura, non è installazione: è piuttosto frutto autentico del vivere e del percepire, dell’interpretare e dell’essere.

Per questo intende anche liberare l’osservatore dalle categorie entro cui si finisce per chiudere l’arte, suggerendogli (grazie all’indeterminatezza del proprio statuto semantico, in quanto sono lavori anti retorici, che non dichiarano, non sostengono, non affermano, non concettualizzano, non teorizzano, non esaltano e non distruggono, ma si danno a chi osserva con la stessa casualità di chi le ha osservate) di mettere in moto il proprio universo di senso per leggerle. Hanno della contemporaneità, il gusto indubbio del “reale” e il desiderio di ricostruire il senso di esso, leggendolo attraverso lo straniamento temporale e il significato che esso gli permette di accumulare, e che è in grado di ritrasmettere.

Mi piace vedere queste immagini come appunto, “accumulatori” di senso, in grado di tirar fuori dall’osservatore la memoria e la possibilità interpretativa, secondo il proprio specifico e individuale universo. Sono appartenuti all’universo di senso del loro autore, ma sanno appartenere anche al nostro, così, isolati nella loro monumentale chiarezza. Hanno generato l’interesse di chi le ha dipinte, muovono l’interesse di chi le guarda, così, per statuto proprio, dandosi con la stessa semplice modestia della loro naturale funzione esistenziale.

Mi piace questa discrezione di un arte che è, più che darsi o dichiarare di essere: rispetta chi guarda, lo coinvolge e lo cattura con la tecnica, lo eleva con il senso, non facendo percepire il passaggio tra il dato formale e quello significativo. Diciamo dunque che questa via di ricerca può essere estremamente interessante in possibili sviluppi a condizione che sappia restare profondamente etica ed autentica nell’anima dell’artista. Per il momento ci sia di piacere sottile, lasciare che il gioco dell’immaginare rinasca liberamente in noi.

Antonio Zimarino

Le opere esposte alla mostra, si trovano sul sito nella sezione "grafica"